Daniele e i sogni di Nabucodonosor alla corte di Babilonia

Il libro di Daniele: la statua d'oro, d'argento, di bronzo e di ferro, il grande albero abbattuto e la visione delle quattro bestie che salgono dal mare.

Se Giuseppe è l'interprete dei sogni alla corte d'Egitto, Daniele lo è alla corte di Babilonia. Il libro biblico che porta il suo nome lo presenta come un giovane deportato da Gerusalemme, educato nelle scienze dei Caldei e chiamato con il nome babilonese di Baltassar. La sua fama nasce proprio dalla capacità di spiegare i sogni del re Nabucodonosor, che i maghi, gli astrologi e gli indovini del regno non riescono a comprendere.

La statua dai piedi d'argilla

Nel secondo capitolo il re fa un sogno che lo turba profondamente, ma pretende che i sapienti gli dicano non solo il significato, bensì anche il contenuto stesso del sogno, minacciandoli di morte. È una prova impossibile, che solo Daniele supera, dopo aver pregato e ricevuto la rivelazione in una visione notturna.

Il re aveva visto una statua enorme: la testa d'oro, il petto e le braccia d'argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro e i piedi in parte di ferro e in parte d'argilla. Una pietra, staccatasi dal monte senza intervento di mani umane, colpiva i piedi e riduceva in polvere l'intera statua, per poi diventare una montagna che riempiva la terra.

Daniele spiega che i metalli rappresentano regni successivi, dal più prezioso al più fragile, e che la pietra è un regno voluto da Dio destinato a durare per sempre. L'espressione «gigante dai piedi d'argilla», usata ancora oggi per indicare una potenza apparentemente invincibile ma fragile, deriva da questo racconto. Gli antichi commentatori vi riconobbero di volta in volta Babilonia, i Medi, i Persiani e i Greci.

L'albero abbattuto

Nel quarto capitolo, scritto in forma di proclama dello stesso Nabucodonosor, il re sogna un albero altissimo, che raggiunge il cielo e nutre tutti gli esseri viventi. Un essere celeste ordina di abbatterlo, lasciandone però il ceppo nella terra, legato con catene di ferro e di bronzo. Daniele interpreta l'albero come il re stesso, destinato a essere allontanato dagli uomini per sette tempi finché non riconosca la sovranità di Dio.

Il racconto prosegue con la follia del sovrano, che vive come un animale nei campi, e con il suo ritorno alla ragione. Alcuni studiosi ritengono che la tradizione abbia attribuito a Nabucodonosor vicende legate in origine a Nabonedo, l'ultimo re babilonese, che soggiornò a lungo nell'oasi araba di Teima. Un testo frammentario trovato a Qumran, la cosiddetta Preghiera di Nabonedo, sembra confermare questa ipotesi.

Dal sogno alla visione apocalittica

Nella seconda parte del libro i ruoli si invertono: è Daniele stesso a ricevere sogni e visioni, che un angelo gli spiega. Nel settimo capitolo vede quattro bestie salire dal mare, un leone con ali d'aquila, un orso, un leopardo con quattro teste e un mostro con dieci corna, seguite dall'apparizione di un Vegliardo sul trono e di uno simile a un figlio d'uomo.

La maggior parte degli studiosi data la redazione finale del libro intorno al 164 avanti Cristo, al tempo della persecuzione di Antioco IV Epifane, e legge le visioni come un messaggio di speranza per gli Ebrei oppressi. Il libro di Daniele ha avuto un'influenza enorme sulla letteratura apocalittica, sull'Apocalisse di Giovanni e, nel Medioevo, sulla fama del profeta come patrono dei libri dei sogni.