Il «muro di legno»: l'oracolo di Delfi e la vittoria di Salamina

Nel 480 a.C. Delfi promise agli Ateniesi un «muro di legno». Erodoto racconta i due responsi, il dibattito in assemblea e l'interpretazione di Temistocle.

Nell'estate del 480 a.C. l'esercito di Serse avanzava verso l'Attica dopo aver superato le Termopili. Gli Ateniesi, che avevano inviato ambasciatori a Delfi, ricevettero una delle profezie più famose della storia greca. Il suo significato fu discusso apertamente in assemblea, e dall'interpretazione che prevalse dipese la scelta di affrontare i Persiani sul mare. Il racconto, conservato da Erodoto nel settimo libro delle Storie, mostra l'oracolo al centro di una decisione politica e militare.

Il primo responso

Appena gli inviati ateniesi entrarono nel tempio e sedettero, la Pizia, che Erodoto chiama Aristonice, pronunciò un oracolo terribile. Li invitò a fuggire fino ai confini della terra, abbandonando case e città, perché il fuoco e il dio della guerra, alla guida di un carro siriaco, avrebbero distrutto molte rocche. Descrisse templi grondanti di sudore e tremanti di paura, e il sangue che colava dai tetti.

Gli ambasciatori ne furono sconvolti. Un cittadino di Delfi molto stimato, Timone, consigliò loro di tornare nel santuario con rami d'ulivo, come supplici, e di chiedere un responso migliore. Gli Ateniesi dichiararono al dio che non se ne sarebbero andati, ma sarebbero rimasti lì fino alla morte, se non avessero ricevuto una profezia più favorevole per la loro patria.

Il muro di legno e la divina Salamina

La seconda risposta fu meno cupa, ma enigmatica. La Pizia disse che Atena non poteva placare Zeus, ma che il dio concedeva alla figlia un muro di legno, l'unico a restare inespugnato, a salvezza degli Ateniesi e dei loro figli. Consigliò di non attendere la cavalleria e la fanteria nemiche, ma di voltare le spalle. Infine rivolse un'apostrofe a Salamina: la «divina Salamina» avrebbe fatto perire figli di donne.

Gli inviati trascrissero il responso e lo riportarono ad Atene, dove fu letto davanti al popolo. Le opinioni si divisero subito. Alcuni anziani ritenevano che il dio promettesse la salvezza all'Acropoli, che in tempi antichi era stata cinta da una siepe di rovi. Altri sostenevano che il muro di legno fossero le navi, e che bisognasse prepararsi a combattere sul mare.

L'interpretazione di Temistocle

A complicare la questione erano gli ultimi versi su Salamina. Gli interpreti ufficiali degli oracoli li leggevano come la profezia di una sconfitta navale presso l'isola. Temistocle obiettò che, se il dio avesse voluto annunciare la rovina degli Ateniesi, non avrebbe chiamato l'isola «divina», ma piuttosto «sventurata». I morti predetti sarebbero stati dunque i nemici.

Erodoto aggiunge che pochi anni prima lo stesso Temistocle aveva convinto gli Ateniesi a impiegare i proventi delle miniere d'argento del Laurio per costruire duecento navi, destinate allora alla guerra contro Egina. Quella flotta divenne la base della difesa contro Serse. La città fu evacuata, donne e bambini furono portati a Trezene, Egina e Salamina, e gli uomini salirono sulle triremi.

Nel settembre del 480 a.C. la flotta greca sconfisse quella persiana nello stretto di Salamina. Non sappiamo se il responso fosse davvero stato formulato pensando alle navi, né quanto Temistocle abbia influito sulla sua forma. L'episodio mostra però come un oracolo potesse diventare oggetto di dibattito pubblico, e come l'interpretazione fosse un atto politico tanto quanto religioso.