Sogni in Mesopotamia: Gudea, Gilgamesh e il libro assiro dei sogni
Dai cilindri di Gudea di Lagash ai sogni di Gilgamesh e alle tavolette di Ninive: come Sumeri, Babilonesi e Assiri interpretavano i messaggi notturni.
Tra il Tigri e l'Eufrate il sogno era considerato uno dei canali attraverso cui gli dèi comunicavano con gli uomini, accanto all'osservazione delle viscere degli animali e dei movimenti degli astri. Le civiltà mesopotamiche ci hanno lasciato racconti di sogni regali, episodi epici e veri repertori di interpretazione, scritti in caratteri cuneiformi su tavolette d'argilla. Si tratta di una documentazione vastissima, che copre quasi tre millenni e mostra l'evoluzione di un'arte divinatoria tenuta in grande considerazione nei palazzi e nei templi.
Il sogno di Gudea
Uno dei testi più antichi e celebri è inciso su due grandi cilindri di argilla oggi conservati al Museo del Louvre. Vi si narra come Gudea, sovrano della città sumera di Lagash nel XXII secolo avanti Cristo, ricevette in sogno l'ordine di ricostruire il tempio del dio Ningirsu. Nel sonno gli apparve una figura gigantesca, alta come il cielo, accompagnata da uccelli e animali, insieme ad altri personaggi enigmatici.
Non sapendo interpretare la visione, Gudea si recò dalla dea Nanshe, considerata esperta nella lettura dei sogni, che gli spiegò il significato di ogni elemento: la figura era Ningirsu, la donna che teneva uno stilo d'oro era la dea della scrittura, e così via. Il racconto serviva a legittimare l'impresa edilizia del re, presentata come risposta a un preciso comando divino e non come semplice iniziativa umana.
I sogni dell'eroe Gilgamesh
Anche l'epopea di Gilgamesh, il più famoso poema mesopotamico, dà grande spazio ai sogni. Prima dell'incontro con Enkidu, il re di Uruk sogna una stella caduta dal cielo e poi un'ascia, oggetti troppo pesanti da sollevare ma verso i quali si sente attratto. La madre, la dea Ninsun, gli spiega che annunciano l'arrivo di un compagno forte e fedele.
Nel corso del viaggio verso la Foresta dei Cedri, Gilgamesh fa una serie di sogni inquietanti, che Enkidu interpreta ogni volta in senso favorevole. Più tardi è Enkidu a sognare l'assemblea degli dèi che decide la sua morte. Nel poema il sogno è dunque sia annuncio del destino sia occasione di dialogo tra amici, e l'interpretazione può rassicurare o spaventare.
Il libro assiro dei sogni
Nella biblioteca del re assiro Assurbanipal, a Ninive, nel VII secolo avanti Cristo, furono copiate le tavolette di un grande trattato onirico, noto con il nome del dio dei sogni Zaqiqu. Come il papiro egizio Chester Beatty, il testo elenca situazioni sognate seguite da una previsione: volare, mangiare certi cibi, recarsi in determinate città, incontrare animali o defunti.
L'assiriologo A. Leo Oppenheim pubblicò nel 1956 uno studio fondamentale su questi testi, che resta un riferimento. Le fonti mostrano anche figure professionali specializzate, come il sha'ilu, l'interrogatore dei sogni, e rituali destinati ad allontanare le conseguenze dei sogni ritenuti cattivi, in cui il sogno veniva simbolicamente trasferito su un pezzo d'argilla poi disciolto nell'acqua.
La tradizione mesopotamica influenzò profondamente i popoli vicini. I racconti biblici di Giuseppe e di Daniele, ambientati alle corti d'Egitto e di Babilonia, mostrano quanto la figura dell'interprete dei sogni fosse familiare in tutto il Vicino Oriente antico, e quanto il suo prestigio dipendesse dalla capacità di spiegare ai re ciò che i loro saggi non comprendevano.