Melampo, il veggente che comprendeva la lingua degli animali
Melampo, indovino del mito greco: i serpenti che gli purificarono le orecchie, i tarli nella prigione di Filaco, le figlie di Preto e il culto di Dioniso.
Fra gli indovini più antichi del mito greco, Melampo occupa un posto particolare. Figlio di Amitaone e fratello di Biante, originario della regione di Pilo, era considerato il capostipite di una vera dinastia di veggenti, i Melampodidi, a cui le genealogie collegavano anche Anfiarao. Già l'Odissea ne ricorda la vicenda nel quindicesimo libro, a proposito del suo discendente Teoclimeno, segno che la leggenda circolava in età molto alta.
I serpenti e il linguaggio degli uccelli
Il racconto delle sue origini profetiche è conservato soprattutto nella Biblioteca attribuita ad Apollodoro. Melampo viveva in campagna, e davanti alla sua casa sorgeva una quercia con un nido di serpenti. Quando i servi uccisero i rettili adulti, egli ne bruciò i corpi su una pira e allevò i piccoli. Cresciuti, i serpenti gli si accostarono durante il sonno e gli lambirono le orecchie.
Al risveglio il giovane si accorse con stupore di comprendere le voci degli uccelli che gli volavano accanto. Da essi apprendeva il futuro e lo annunciava agli uomini. Più tardi, secondo lo stesso racconto, incontrò Apollo presso il fiume Alfeo e ne ricevette anche l'arte di leggere le viscere delle vittime, diventando così il più completo degli indovini.
Le vacche di Filaco e i tarli
L'episodio più noto riguarda il fratello Biante, che desiderava sposare la bella Pero, figlia di Neleo. Il padre la prometteva solo a chi gli avesse portato le vacche di Filaco, custodite a Filache da un cane che nessuno riusciva a ingannare. Melampo, pur sapendo che sarebbe stato catturato e imprigionato per un anno, accettò l'impresa per amore del fratello.
In prigione, verso la fine dell'anno, udì due tarli che si dicevano di aver quasi finito di rodere la trave del soffitto. Chiese allora di essere spostato in un'altra cella, e poco dopo la trave crollò. Filaco, colpito dal prodigio, comprese di avere davanti un grande indovino e lo interrogò sul figlio Ificlo, che non riusciva ad avere eredi. Melampo, consultati gli uccelli, ne scoprì la causa, e come ricompensa ottenne le vacche, che consegnò a Neleo per le nozze di Biante.
Le figlie di Preto e il culto di Dioniso
Un'altra impresa portò Melampo ad Argo. Le figlie del re Preto, secondo il mito, erano state colpite da follia per aver offeso un dio, Dioniso o Era a seconda delle fonti, e vagavano per i monti. Melampo si offrì di liberarle, ma chiese in cambio una parte del regno. Al primo rifiuto la follia si estese ad altre donne argive, e Preto finì per accettare condizioni più dure: un terzo del regno a Melampo e uno a Biante.
Erodoto, nel secondo libro delle Storie, considera Melampo colui che introdusse fra i Greci il nome di Dioniso, i suoi sacrifici e la processione rituale, avendoli appresi, secondo lo storico, da tradizioni egizie. È un'interpretazione personale di Erodoto, ma testimonia il prestigio religioso che circondava il nome del veggente nel V secolo a.C.
Ai Greci Melampo appariva come il modello dell'indovino purificatore, capace di leggere i segni della natura e di ristabilire l'ordine turbato dall'ira divina. Un poema perduto attribuito a Esiodo, la Melampodia, raccoglieva le storie dei grandi veggenti sotto il suo nome, e il figlio di Amitaone rimase per secoli il progenitore ideale di una sapienza profetica tramandata di padre in figlio.