Aristotele e Cicerone: i filosofi che dubitavano dei sogni profetici

Non tutti gli antichi credevano ai sogni premonitori: le obiezioni di Aristotele nella Divinazione nel sonno e il dibattito tra Quinto e Marco in Cicerone.

Accanto agli interpreti di professione e ai fedeli che dormivano nei santuari, il mondo antico conobbe anche voci scettiche. Alcuni dei più grandi pensatori greci e romani si chiesero se i sogni potessero davvero annunciare il futuro, e risposero con prudenza o con aperta incredulità. Le loro argomentazioni, sorprendentemente moderne, mostrano che la divinazione onirica fu sempre accompagnata da un vivace dibattito critico, e che credere ai sogni non era affatto un atteggiamento scontato tra le persone colte dell'antichità.

Aristotele e i sogni degli uomini comuni

Nei brevi trattati di scienza naturale noti come Parva naturalia, Aristotele dedica tre scritti al sonno, ai sogni e alla divinazione nel sonno. In quest'ultimo affronta direttamente la questione dei sogni premonitori. Il suo argomento più celebre è semplice: se i sogni fossero inviati dagli dèi, li manderebbero ai migliori e più saggi tra gli uomini, non a persone qualsiasi e spesso di scarsa intelligenza.

Aristotele non nega del tutto che alcuni sogni possano anticipare eventi. Propone però spiegazioni naturali: certi sogni sarebbero segni di processi corporei già in corso, percepiti nel sonno quando i sensi sono meno distratti, e per questo i medici più attenti tenevano conto dei sogni dei pazienti. Altri potrebbero essere cause, perché un'immagine notturna può spingere a compiere un'azione. Molti, infine, sarebbero semplici coincidenze, come accade a chi tira spesso i dadi.

Cicerone e i due libri Sulla divinazione

Nel 44 avanti Cristo, pochi mesi prima e dopo la morte di Cesare, Cicerone scrisse il dialogo Sulla divinazione, in due libri. Nel primo parla il fratello Quinto, che difende la divinazione con argomenti di tradizione stoica e porta numerosi esempi di sogni avverati, tra cui quello di Annibale e quello del poeta Simonide, salvato da un naufragio grazie a un sogno.

Nel secondo libro risponde Marco, cioè lo stesso Cicerone, con una critica serrata. Se gli dèi volessero avvertirci, osserva, perché lo farebbero con immagini oscure che richiedono interpreti, invece di parlare chiaramente da svegli? E tra le innumerevoli notti di tutti gli uomini, non è inevitabile che qualche sogno coincida per caso con la realtà? Cicerone conclude che la superstizione va estirpata, mentre la religione dei padri va conservata.

Altre voci critiche

Lo scetticismo verso i sogni aveva radici anche più antiche. Già nelle Storie di Erodoto il consigliere Artabano spiega a Serse che le immagini notturne nascono di solito dai pensieri e dalle preoccupazioni del giorno. Il filosofo Epicuro e il suo seguace latino Lucrezio, nel poema La natura delle cose, interpretavano i sogni come immagini sottilissime che si staccano dai corpi e colpiscono la mente, senza alcun intervento divino.

Il medico autore del trattato ippocratico Sul regime, invece, studiò i sogni come indizi dello stato del corpo, separando la loro lettura medica da quella divinatoria. Si trattava di teorie oggi superate, ma il loro interesse storico sta nello sforzo di spiegare i sogni con cause naturali. L'autore ammetteva comunque che alcuni sogni potessero avere origine divina, lasciandone il giudizio agli indovini.

Queste posizioni non eliminarono la divinazione onirica, che continuò a prosperare per secoli. Ma crearono una tradizione di pensiero critico a cui si richiamarono autori medievali e moderni, e che mostra come già gli antichi sapessero distinguere tra il fascino di un sogno e la prova di una profezia. Lo stesso Agostino, secoli dopo, avrebbe ripreso più di un argomento ciceroniano.